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I Collaboratori

Doriano Maglione

Doriano MaglioneDoriano Maglione - Nato nel 1948, origini liguri, vissuto a Como fino a 18 anni e, negli ultimi 6, proprio in riva al lago, per il resto milanese per 37 anni. Ingegnere aerospaziale al Poli di Milano, insegnante e consulente, impegnato da sempre in attività socio-politiche legate all’editoria in campo storico-economico. Da anni collaboratore occasionale dell’Acquario di Milano e, stabilmente, del Museo di Storia Naturale di Milano, in particolare nell’organizzazione di eventi su tematiche evoluzionistiche. Collaboratore delle riviste: La Pesca (organo ufficiale della Federazione Pesca del Canton Ticino; Pescare in Valtellina (organo ufficiale dell’UPS); Plaisirs del peche fino a che è esistito (sic!); Bollettino della pesca in provincia di Como; Ribolov magazine (Ucraina). Sito web Osprey club, British Columbia; Sito web Top Ten, Sweden e altri Organizzatore di eventi, mostre, meeting, eccetera, ho iniziato a pescare a 5 anni con mio nonno, con le canne di bambù che faceva lui d’inverno coi fusti presi lungo il Centa, ad Albenga (IM), pescavo sul molo cagnette, salpe, cefaletti mentre lui sulla punta cercava il “luasso” col vermassu che raccoglievamo in mare, poi “guli” (vaironi) e cavedani con la ciliegia nel fiume. Mio padre aveva pescato le anguillette sotto i sassi del Roja sempre pronto a buttarsi lasciandosi trascinare in mare dopo aver rubato i fichi al convento. A 8 anni il primo cavedano, molto grosso, preso sul molo di Como col devon (quello con la paletta antitorsione a 70 cm) segnerà molto la pesca: 1) diventerà una passione inesauribile per la quale trovare il tempo sempre e comunque, spesso saltando le notti, 2) lo spinning come unica pesca per trote e tanti altri pesci, e poi soprattutto, siccome mi avevano aiutato perché era troppo grosso: “d’ora in avanti faccio sempre tutto io da solo o con qualcuno con cui sono in perfetta sintonia”. Lo spinning a trote nei torrenti prealpini, in bici e poi col vespino, per i grossi cavedani del lago di Como, per i persici e i black dei laghi briantei, segnano il periodo delle scuole medie e del liceo. A Oggiono (lago di) la prima grande pesca che facciamo per primi: un grandissimo artigiano costruiva canne da m 3,20 fatte da un manico di scopa, una ghiera in ottone che riduceva moltissimo la sezione e un lungo cimino di fibra di vetro: ci voleva un lancio speciale con torsione totale del busto piegamento sulle ginocchia, anche un po’ pericoloso, 018 sul mulinello, shock leader 30 grammi e finale con l’uselina (cobite): precursori di un lancio da surfcasting che poi si sarebbe imposto: era il ’62-’63. Arrivavamo a 90 metri, vicino alla legnera per i persici. Intanto esploravamo la sponda comasca del lago di Lugano, assolutamente vergine, con tante trotelle scese con le piene dalle vallette nel lago, e gli enormi black del Ceresio. Fine anni ’60, primissimi ’70: le grandi abbuffate di cavedani e pighi sul lago, la seconda grande intuizione, il gatoss in alto lago (di Como), resistemmo un anno io e il Renato poi alla fine ci scoprirono e fu una strage incredibile dei più grossi. Ma sempre i torrenti prealpini a cucchiaino, anche con minnows autocostruiti. Il 1973, con la scoperta della mosca, insegnatami da un anziano signore inglese trasferitosi sul lago a Pianello Lario, dove avevamo una roulotte, segna la svolta. Io e mio padre la pratichiamo sui cavedani sottoriva in estate: uno a turno tiene la barca, l’altro “lancia” un grosso palmer nero, o una bivisibile o una tricolor sul banco grazie alla breva (vento locale). E subito i viaggi (mio padre con altri fonda il Fly di Como, emanazione milanese) e allora tutti sulla Traun di Gmunden o in Slovenia. La Traun rimarrà una passione profonda, due settimane all’anno fino al ’91: per 18 anni, amicizia col vecchio Gebestreuter, Salfinger del Marienbrucke e Roman Moser e grandi lezioni di pesca: la ninfa a vista che ti entra nel sangue. Convivono intanto le tecniche più varie, persino la spaderna (palamito di lago) o la fiocina con la lampara (mio padre ai remi, silenziosissimo) per le butris nelle freddissime notti di luna invernali, fino ai fichi a fondo per i grossi cavedani, superata la fase della lanzettera (30 lanzette, non ami, si recupera dopo un po’ senza ferrare, sul lungolago di Lecco). Disloco barche da pesca qua e là con amici sui laghi lombardi. A Capodanno per vent’anni alterniamo la caccia alle ragnole (loups) nelle gelide notti con la cruenta pesca dei gronghi alti come me sui moli del golfo del Leone, enormi sacchi di legna raccolti sulla spiaggia e via con una pesca davvero antica, dove quando è proprio grosso devi scendere dalla alta scogliera e colpire la bestia sotto la gola facendo uscire il coltello da caccia dalla testa perché non si sfili. E se soffia anche solo un po’ di mistral diventa pericoloso. Poi La Valtellina per più di 40 anni, in lungo e in largo davvero e tanti viaggi, per 13 anni vacanze di un mese fullimmersion in Irlanda nordoccidentale (lì a parte i salmoni imparo a pescare con la stessa tecnica del suspending, coda extrasinking e streamer che risale, sia i lucci nei laghi che soprattutto l’affascinante, ma molto pericoloso flyfishing dai cliffs alti anche 30 metri. Poi la Svezia, la Galizia e la Cantabria dove le trote di mare in risalita con la marea quando trovano l’acqua dolce salgono a secca anche di giorno, al contrario di quelle gallesi, la British Columbia, il vicino Canton Ticino sempre a fare da sfogo, la Corsica delle tante piccole trotelle dei torrenti impenetrabili. Una parentesi lunga da febbre da lavarello nella parte svizzera del lago Maggiore (comune a tanti altri supermoschisti lombardi e veneti): e questa è un’altra prima che introduciamo in Italia a fine anni ’80, il coregone con la canna. Poi la mosca si impone sempre più e da 10 anni è flyonly. Solito percorso sui primi 3 stadi, poi l’attenzione si sposta sulle prede inusuali a mosca: 46 specie finora in acqua dolce o mare ed oceano da riva, in Europa e Canada. Extralarge: un chum e un chinook canadesi verso i 15 kg verso la foce del Vetter nel Nass, 100 miglia a nord di Terrace, dopo il Lavabed. Extrasmall una sanguinerola di 6 cm sulla Breggia comasca. Pesco da solo o con chi mi va veramente a genio, col Lalo facciamo di fatto da guida per chiunque venga in Valtellina e ci stia simpatico: dato che chiediamo sempre solo un caffè, anzi spesso ospitiamo in casa, facciamo arrabbiare le guide “professionali” ma, francamente, se lo meritano. Sono amico di tutti, ma le guide oltreoceano e su in nordEuropa, non sempre, ma spesso, sono un’altra cosa. Ultima grande innovazione è la pesca a ninfa a vista dei grossissimi cavedani invernali nei laghi prealpini con l’incubiafly, una pheasant tail ad assetto particolare in caduta, ma siamo pochissimi per fortuna a praticarla, per ora. L’ultima vera frontiera è la stessa pesca sulle carpe autunnali. E siamo agli anni 2000. In sintesi penso che la pesca a mosca ti dia tali e tanti “aperture” (tecniche, casting, tying, ricerca bibliografica, filologica, sociologica ed antropologica, letteratura, sviluppo della conoscenza-feeling con i più minuti o maestosi aspetti della natura, che davvero non c’è limite all’evoluzione personale, ed anche per questo specifico aspetto penso che sia l’unica tecnica di pesca ad avere un futuro a lunga scadenza. Una vecchia mania di origine professionale mi ha portato a tenere appunti delle uscite dal 1963 a oggi, volevo fare un diario alla Muriel Foster e invece dopo i tanti fishing Diary sono arrivato nel 1998 ad un file di access: sono riuscito ad impressionare Paolo! 1000 uscite flyonly negli ultimi 12 anni: sono tante, ma sono uno che gira mezza Valtellina o 3 laghi in un giorno con la canna montata in auto, aggredisco il fiume, dice un amico, ho poca pazienza se non ho la sensazione che il pesce sia presente ed attivo, oppure se mi va sto a contemplarlo da solo per ore senza pescare. E il tempo si trova, anche di notte qui nei laghi prealpini si può pescare a mosca alla grande. Insomma ho pescato tantissimo per tutta la vita ed è stato anche fonte di consolidamento di affetti profondi.

Estratti

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Il suo nome è Fly Line.
Grazie ad essa i fiumi avranno sempre meno segreti per il pescatore a mosca.
In questa rivista la passione diventa cultura e la cultura semplicità.

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